La storia dei Shardana dal cuore ribelle che nessuno può contrastare

In questa pagina racconteremo la storia degli Shardana dal cuore ribelle che nessuno può contrastare, prendendo spunto dagli studi condotti da Leonardo Melis e dal volume «Shardana. I popoli del mare» da lui pubblicato, oltre a numerosi altri volumi sulla storia della Sardegna preistorica. Riportiamo qui solo alcuni spunti tratti dal suo primo volume, con alcune osservazione tratte dai successivi, mentre rimandiamo ad esso ed ai suoi successivi volumi per l'approfondimento dei numerosi altri argomenti in essi trattati. Le date indicate sono quelle riportate dall'autore in base alle sue ricerche, che differiscono leggermente da quelle della storiografia ufficiale.

Chi è Leonardo Melis e le sue scoperte sull'origine dei Shardana e dei Popoli del Mare

Dove si recano gli abitanti della Sardegna dopo il grande sisma e l'alluvione che nel 1200 a.C. ha travolto la civiltà nuragica? Un'idea ce la da lo studioso Leonardo Melis. Ideatore del romanzo storico «Shardana» scritto dall'amico Vittorio Melis, da sempre appassionato di storia antica e naturalmente di storia della Sardegna, Leonardo Melis è stato un attivista del Partito Sardo d'Azione, ed è stato il promotore, negli anni ottanta, della legge sulla Bandiera Sarda, presentata poi in Consiglio regionale da Salvatore Bonesu. Lo studioso Leonardo Melis ha dedicato trent'anni della sua vita alla ricerca sulla storia dei Shardana e dei Popoli del Mare, viaggiando continuamente dalla Sardegna all'Egitto, alla Francia, la Corsica, l'Italia, la Spagna, l'Inghilterra... sulla traccia lasciata dalla Tribù Perduta di Dan. Ha pubblicato nel 2002 il volume «Shardana. I popoli del mare», nel 2005 «Shardana. I principi di Dan», nel 2008 «Shardana. I calcolatori del tempo» e «Shardana. I custodi del tempo», nel 2010 «Shardana. Jenesi degli Urim», e, da ultimo, nel 2012 «Shardana. La Bibbia degli Urim», tutti pubblicati dalla PTM Editrice - Prima Tipografia Mogorese.

Le teorie di Leonardo Melis, pur avendo una forte risonanza nei media, non sono condivise a livello accademico, dove prevale una visione basata su considerazioni che appaiono, però, ad oggi, completamente superate. Egli conduceanni ricerche che lo portano nel 2005 a documentare l'esistenza di circa 30 statue gigantesche dimenticate da 30anni nel museo di Cagliari; sempre nel 2005 scopre il calendario millenario dei Shardana corrispondente al sumerico Dan.Gir di Nippur, datato 3761 a.C.; scopre la vela moderna a bordo delle navi dei popoli del mare raffigurate a Medinet Habu; con Tonino Murra scopre che il nuraghe di Santa Barbara è un nuraghe calcolatore che scandisce i tempi del calendario shardana; nel 2009 in Egitto scopre un tempietto a Deir el Medineth contenente la raffigurazione dell'Arca dell'alleanza. Tam Suph; nel 2010 pubblica la scoperta di una Ziggurath a sette scaloni presente a Pozzomaggiore e di un coccio con la scritta Shardana risalente al secondo millennio a.C.; ancora nel 2011 scopre uno Djed gigantesco dentro un museo in Sardegna. Nel 2012 le nuove scoperte, due pajare identiche a quelle del Salento e delle Baleari, e soprattutto una intera città del secondo millennio a.C. sull'altipiano della Giara, patria degli ultimi cavallini selvaggi, nella quale secondo l'archeologia ufficiale era scritto che non potevano esserci insediamenti.

 

I terribili guerrieri Shardana

Gli egizi parlano dei Shardana e li chiamano in diversi modi: «sconosciuti», non potevano quindi venire dall'Egeo che loro ben conoscevano; «capi dei paesi stranieri», visto che saranno a capo della coalizione dei Popoli del Mare; «re delle isole dell'occidente», che è la posizione della Sardegna rispetto all'Egitto; «re delle isole che sono nel cuore del Grande Mare», ossia del mare Mediterraneo; «venuti dalle isole e dalla terra posti sul grande cerchio d'acqua», che è il mare Mediterraneo; «venuti dall'isola Basileia, alta, con rocce rosse bianche e nere, ricca di rame», frase nella quale si riconosce la descrizione della costa orientale della Sardegna.

La stele di Nora

La parola SHRDN, che si trova riprodotta in caratteri della tipologia cosiddetta fenicia arcaica sulla stele rinvenuta a Nora, indica i Principi di Dan, ossia proprio i Shardana, Shrdn, Shardin, Sher-Dan, che vengono universalmente riconosciuti oggi come gli abitanti della Sardegna. Non sono pirati ignoranti, come da parte di molti si vuole fa credere e come gli Egizi ed i Greci ce li hanno presentati, ma sono grandi navigatori ed hanno alte conoscenze tecnologiche ed una profonda religiosità.

I bronzetti rinvenuti nei siti nuragici

Le statuette di bronzo trovate nei siti nuragici ci mostrano tra gli altri dei guerrieri con l'elmo spesso sovrastato da due corna, armati di uno spadone largo e lungo tenuto sulla spalla, o di un'arma curva quasi una specie di boomerang, o di un'arma che sembra un tubo metallico con giunzioni di tipo idraulico. Spesso indossano di traverso sul petto una specie di pugnale dal grande manico e con la lama cortissima.

La principale divinità dei Shardana

A loro viene riconosciuto un eroe, considerato il padre di tutti i Sardi, che viene solitamente chiamato proprio Shardana. Lo stesso eroe, dai Cartaginesi verrà chiamato Sidi Babai o Babai Sardan, ossia Sandan, Santas, Antas, e dai Romani verrà chiamato Sardus Pater. È quello a cui verrà dedicato il tempio di Antas, e di cui ci è pervenuta la rappresentazione in un bronzetto ritrovato in un pozzo sacro profondo 40 metri situato a Genoni.

Resta il mistero di uno strano eroe o di una divinità che ci piace chiamare Sardan, identificato con l'Eracle greco, il Baal semitico, il Marduk babilonese o il temuto Milqart dei Fenici. Ha quattro occhi che sembrano quasi occhiali da motociclista, come Marduk, quattro braccia come i Veda indù ma anche come Apollo a Sparta, la testa circolare sembra contenuta in un casco ed è sormontata da due antenne o corna come gli dei Mesopotamici, terminanti con due pomelli con tanto di avvitatura. Indossa una specie di tuta attillata che termina a girocollo in alto e con due stivali in basso. Porta due scudi con al centro due punte dalle quali partono raggi, e dall'impugnatura degli scudi partono due strani tubi che gli terminano dietro la nuca.

I Shardana alla guida dei Popoli del Mare

I Shardana non ci hanno lasciato che pochissimi scritti, la loro storia si può ricostruire comunque da quanto ci raccontano di loro altri popoli che ne sono venuti in contatto, e dei Shardana, delle loro invasioni, ci parlano sia gli Egizi che gli antichi Greci. Le loro cronache parlano dei Popoli del Mare, una coalizione di popolazioni guerriere che tentano l'invasione dei loro paesi provenendo dal mare. I Popoli del Mare, per gli Egizi, erano popolazioni che venivano dai Paesi stranieri e dalle Isole dell'Occidente; essi infatti già li conoscevano dall'epoca dell'invasione degli Hyxos, che sembra potessero appartenere proprio ai Popoli del Mare.

 

L'origine dei Popoli del Mare

Per molto tempo si era sostenuto che i Shardana fossero originari della città di Sardi in Anatolia, che fu capitale della Lidia al tempo di re Creso, che ha regnato tra il 560 ed il 546 a.C.. Per questo si era fatto riferimento a Erodoto, che racconta che i primi uomini di lingua straniera insediatisi in quel paese furono i mercenari Cari e Joni, inviati da Cige re di Sardi, ed impiegati dal faraone Psammetrico I, che ha regnato dal 663 al 609 a.C., contro Assurbanipal. E, di fronte all'obiezione che mercenari Shardana erano al soldo del faraone Seti I il Grande, che ha regnato tra il 1318 ed il 1304 a.C., per continuare ad attribuire la provenienza dei Shardana da Sardi, sostengono che Erodoto avrebbe confuso i Cari e gli Joni, che erano Greci, con i Shardana, ed il faraone Psammetico con Seti. Ma noi abbiamo la certezza che è impossibile la provenienza dei Shardana dalla città di Sardi, dato che, secondo una recente indagine archeologica effettuata in Turchia, questa città risulta fondata solo nel 1000 a.C.. Ed inoltre, se anche fosse stata fondata in epoca precedente, sarebbe stata distrutta, insieme alla capitale Hattusa e a tutto l'Impero Ittita di cui faceva parte, durante l'invasione dei Popoli del Mare del 1200 a.C.

Durante l'Impero di Sargon di Akkad la grande carestia e l'emigrazione ad occidente del 2200 a.C.

Lo studioso Leonardo Melis, per quanto rigurda l'origine del Popoli del Mare, fa riferimento a quanto sostenuto dall'oristanese storico, editore ed intellettuale Raimondo Carta Raspi, nato nel 1893, secondo il quale, dopo il regno di Sargon I il Grande, re dell'Impero Accadico e fondatore della dinastia di Akkad, si sarebbe avuta una sollevazione dei paesi settentrionali. Il semita Sargon di Akkad, città situata sulla riva sinistra del basso Eufrate tra Sippar e Kish, secondo una leggenda nasce da una vergine del tempio e viene abbandonato in acqua in un cesto, raccolto poi da un portatore d'acqua che lo alleva fino alla maggiore età. È un salvato dalle acque, come la leggenda vuole lo siano stati Osiride, Viracocha, Mosè, Perseo, Romolo ecc. Le città sumeriche di Ur, Uruk e Lagash sono state riunite in un unico stato da Lugalzaggisi, re di Uruk, che da l'assalto alle città semite confinanti. Sargon, è frattanto diventato ministro di Ur-Zababa, re della città semitica di Kish. All'arrivo dei Sumeri, Sargon fugge nel paese di Akkad, dove riunisce un esercito mobile ed una cavalleria più manovrabile dei carri e delle falangi sumere, operando quindi una sorta di guerriglia, sconfigge Lugalzaggisi che porta in catene a Nippur. Questo scontro rappresenta una lotta tra due mondi: quello nomade semita, più giovane e più equipaggiato militarmente, e quello sumero, più civile e meno dedito alla guerra, più stanziale. Sargon, quindi, nel 2450 o nel 2350 riunisce l'Assiria del nord e fonda un Impero che va dal Mediterraneo al golfo Persico, porta la capitale ad Akkad e istituisce un governo centralizzato che limita gradualmente l'autonomia delle città stato.

La terribile carestia

Durante il regno di Sargon di Akkad, verso il 2300 a.C., ha inizio una terribile carestia che durerà 300anni e provocherà, verso il 2000 a.C., l'emigrazione delle popolazioni dalla mesopotamia verso occidente. Tracce geologiche di una grande siccità di tre secoli, così severa da influire profondamente sull'agricoltura e l'insediamento stesso, sono state individuate da Harvey Weiss, dell'università americana di Yale, nella città di Tell Leilan, in Siria. Ma quale ne fu la causa?

Il geologo Sharad Master, dell'università sudafricana di Witwatersran, ha rinvenuto un cratere di 3,4 chilometri di diametro, dovuto alla caduta di un meteorite nel terreno, alla confluenza del Tigri con l'Eufrate, che avrebbe provocato un grande cataclisma sollevando detriti che avrebbero oscurato il sole abbassando la temperatura e provocando la siccità, ed avrebbe determinato un'onda gigantesca che tutto avrebbe sommerso, dando origine al mito del diluvio. Ma Leonardo Melis ritiene che questo evento debba essere avvenuto solo molto prima, tra il 5000 a.C. e il 3000 a.C.. I sumeri avevano, infatti, ripreso il potere, cacciando i re semiti della dinastia di Sargon, l'avvento della III dinastia di Ur, città egemone, è datata 2124 a.C., del primo sovrano abbiamo anche il nome, Urnammu, e fino al 2000, anno della migrazione delle popolazioni verso occidente, abbiamo in Mesopotamia dinastie regnanti storicamente documentate. Non puo essere, quindi, questo evento la causa della terribile carestia.

L'emigrazione delle popolazioni semitiche

L'emigrazione delle popolazioni mesopotamiche del 2000 a.C. segue soprattutto tre direttrici. Una parte si dirige verso nord, dove si stabiliscono nella penisola Anatolica i Tjekker o Teucri che verranno identificati da Omero con i Troiani, i Teresh o Thursha ossia i Tirrenidi o Etruschi che verso il IX secolo si sposteranno nella penisola italica, ed i Likku o Lukka ossia i Licii. Da qui alcuni, seguendo il corso dei fiumi Danubio e Dnieper, risalgono fino al Baltico e colonizzano le terre del Nord, si tratta dei Pheres o Frisoni, dei Saksar o Sassoni, e dei Denen o Danuna ossia i Danesi che vengono citati anche da Omero che li chiama i Danai, che forse erano i fantastici Iperborei spesso nominati dai Greci, abitatori delle Isole del Settentrione, da dove ripartivano coi loro alleati per imprese di conquista e di pirateria;altri proseguono verso l'Europa Centrale. Un'altra parte delle popolazioni semitiche emigrate nel 2000 a.C. si dirige verso la Siria e il mar Morto, dato che anche la Bibbia parla dell'uscita di Abramo dalla città di Ur dei Caldei, della carestia che lo porta in Egitto e del suo vagare fino a stabilirsi sulle rive del mar Morto; da qui continuano via mare raggiungendo il Mediterraneo occidentale dove si installano, gli Akawasha forse gli Achei di Omero nelle isole greche, i Pheleset o Filistei a Creta da dove si sposteranno poi in Palestina; proseguono quindi verso le isole del Mediterraneo, gli Shakalasha o Sheklesh ossia i Siculi o Sicani in Sicilia, i Weshesh o Corsi in Corsica, i Shardana o Sardi in Sardegna e forse sulle coste iberiche, ed i Libu o Libici nel nord Africa.

Verso il 1800 a.C. popolazioni arrivate dall'Asia Minore edificheranno il famoso tempio megalitico di Stonehenge, in Gran Bretagna. In Sardegna i Shardana e i loro stretti parenti Theresh, insieme, fondano le città di Tarshish o Tartesso, ossia Tharros, da cui deriva il nome del fiume Tirso, e Nabui o Neapolis. L'origine Comune di popolazioni emigrate verso il 2000 a.C. ed insediatisi in zone così distanti dal loro luogo di origine, sarà ciò che determinerà il nascere delle diverse coalizioni citate dai Greci e dagli Egiziani ed indicate con la denominazione Comune di Popoli del Mare.

 

La Sardegna nelle leggende degli antichi greci

I greci descrivono tutte le altre isole del Mediterraneo occidentale, mentre della Sardegna raccontano solo leggende e miti. Questo a dimostrare che non conoscevano quest'isola indipendente, i cui abitanti non erano certo portati alle pubbliche relazioni. La indicano con due nomi, Sandalion e Ichnussa, chiamano i suoi abitanti Pelasgi, Tespiadi, Danai ed Eraclidi, discendenti di Ercole. Raccontano diversi contatti che Ercole avrebbe avuto con l'isola, tra l'altro Ercole avrebbe anche scoperto la porpora per farne omaggio alla ninfa Tiro.

Le dodici fatiche di Ercole

Le dodici fatiche di Ercole sono le imprese che Ercole deve compiere, mentre è schiavo presso Euristeo, re di Tirinto e di Micene, per espiare l'uccisione dei suoi figli e dei suoi nipoti, rei di avergli servito a tavola una porzione inferiore agli altri. Nella decima fatica, Ercole raggiunge l'isola di Eritea, dove pone i confini del mondo allora conosciuto, ossia le Colonne d'Ercole, uccide re Gerione e porta gli armenti ad Argo.

Ercole lascia in Sardegna il figlio Sardus

Lo storico greco Pausania ed il romano Solino dicono che, dopo aver ucciso Gerione, al ritorno da Tartesso passa in Sardegna e vi lascia il figlio Sardus. Nella dodicesima fatica passa per l'isola al centro del Grande Mare, che si trovava nei domini di Atlantide, al ritorno dal giardino delle Esperidi dove era andato a cercare i tre pomi che doveva consegnare ad Euristeo per averne in cambio l'immortalità.

L'arrivo di Sharden e Jolao in Sardegna

Secondo un'altra versione, dopo le 12 fatiche impostegli da Euristeo, Ercole uccide i figli di Tespio. Questi, che ha compreso che lo aveva fatto per giustizia, come segno di perdono gli da in spose le sue 50 figlie, da una delle quali nasce Sharden, chiamato anche Shardana, Sardan, Santan o San San. Questi, dopo la morte di Ercole, veleggia col nipote Jolao verso l'isola al centro del Grande Mare e conduce nell'isola gli Eraclidi, i discendenti di Ercole, per sfuggire ad Euristeo che voleva vendicarsi di Ercole. Secondo Pausania invece è lo stesso Ercole a inviare Jolao in Sardegna per condurvi gli Eraclidi e fondare una colonia.

Dedalo arriva in Sardegna con il figlio Icaro

Lo storico siceliota Diodoro Siculo aggiunge che Jolao chiama successivamente in Sardegna Dedalo, il grande architetto cretese costruttore del labirinto che, fuggito da Creta col figlio Icaro con le ali da lui stesso progettate, atterra in Sardegna e insegna ai Sardi l'arte di costruire i nuraghi. Ed in seguito Aristeo, figlio di Apollo, vi porta l'agricoltura e l'allevamento delle api.

Norace, figlio di Ermes, fonda Nora

Lo storico Pausania racconta anche che Norace, figlio di Ermes, sarebbe arrivato dalla Spagna e avrebbe fondato Nora, la prima città dell'isola. La tradizione di Norace è poi ripresa dal più tardo Solino, che ne specifica la loro provenienza da Tartesso.

 

I Popoli del Mare arrivano fino a Cipro e Creta dove danno origine alla civiltà Micenea

Dopo la distruzione della prima Civiltà Cretese, nasce nell'isola di Creta la civiltà Minoica. Nello stesso periodo anche nelle Baleari accade una catastrofe che cancella una civiltà ivi residente.

La civiltà Minoica in Grecia

La leggenda dice che Minosse, il re al quale è attribuita l'origine della civiltà Minoica, non avesse mai eretto mura a difesa della città dato che aveva un grande flotta, ma che dovette ordinare a Dedalo la costruzione di un gigante meccanico per difenderla dai pirati Sardi. Il mostro sarà poi sconfitto dagli Argonauti. La civiltà Minoica prosegue, il suo declino inizia quando, verso il 1500 o il 1470, a seguito di un'eruzione vulcanica sparisce il suo fiorente insediamento nell'isola Thera, che verrà chiamata in seguito Santorini, per poi concludersi a seguito della prima grande invasione dei Popoli del Mare.

La prima grande invasione dei Popoli del Mare in Grecia e la fine della civiltà Minoica

Verso il 1400 a.C. si verifica in Grecia una prima grande invasione dei Popoli del Mare, le città e i villaggi di Creta vengono completamente distrutti, secondo Plutarco dagli Akawasa, ossia gli Achei, e dai loro alleati, che abbattono definitivamente la civiltà Minoica. I Shardana penetrano in Grecia dove, secondo quanto dice Plutarco, «i Sardana (Shardana o Eraclidi) conquistano Lemno e Imbro, rapiscono le donne ateniesi e si stabiliscono a Creta». Da qui arrivano poi a Cipro, dove «si governano da se stessi». Il poeta greco Simonide di Ceo dice che «durante il primo sbarco vengono catturati alcuni Sardi, che vengono condotti a morire fra le braccia arroventate della statua bronzea di Talo, i Sardi vanno incontro alla morte ridendo». Hanno un beffardo sorriso sulle labbra che egli chiama «riso sardonico»; ed anche Omero parla di «Sardus gelo».

La nascita della civiltà Micenea che si espande anche a Creta

Verso il 1600 i Popoli del Mare, in particolare gli Akwasa o Akaiasa ossia gli Achei, si erano stanziati nell'Egeo, e con il loro insediamento era stata fondata nell'Argolide, a circa 12 chilometri dal mare e a 9 dalla città di Argo, la città di Micene. Dopo l'abbattimento della civiltà Minoica, ha inizio la civiltà Micenea, che si espande in tutta l'Argolide ed arriva anche a Creta. In questo periodo la città di Micene è un importante centro politico, economico e militare, con evidenti e massicce fortificazioni di cui è rimasta ben conservata la cittadella, un importante palazzo ed una serie di complesse tombe in cui personalità di riguardo erano sepolte con ricchi corredi. La civiltà Micenea inizia a decadere quando, nel 1250, una nuova incursione dei Popoli del Mare distrugge la città di Tirinto e un'altra devasta l'abitato circostante Micene.

La presenza dei Shardana nell'Egeo

Abbiamo prove storiche della presenza dei Shardana nell'Egeo nei moltissimi bronzetti trovati a Cipro, oltre al rinvenimento di un elmo con corna del XII secolo a.C., nelle ceramiche sarde del tredicesimo secolo a.C. trovate a Creta ed in altre località, nel culto della Grande Madre e del suo sposo il Dio Toro, tipico dei Shardana, e nell'analogia di questo con il mito del Minotauro. Forti anche le analogie delle mura di Micene con quelle dei nuraghi, ed anche il labirinto ricorda l'ingegno architettonico dei costruttori dei nuraghi.

 

Gli Hyksos alla conquista dell'Egitto

La prima invasione documentata in Egitto è quella degli Hyksos, tra il 1785 e il 1750 a.C..

La penetrazione degli Hyksos e la quindicesima dinastia costituita tutta da faraoni Hyksos

Già dal 1700 era iniziata una lenta infiltrazione nel nord dell'Egitto di gruppi e popolazioni asiatiche, indoeuropei con mescolanze di razza semitica, indicati nel loro insieme con il nome di Hyksos, dall'egizio Heqa-Kasut ossia sovrani dei paesi stranieri. Queste comunità si installano nella regione del delta del Nilo e, quando il potere centrale della XIII e XIV dinastia si indebolisce, occupano Menfi, conquistano il potere ed impongono la propria supremazia su tutto il Basso Egitto.

La XV dinastia del Basso Egitto è tutta costituita da faraoni Hyksos, che spostano la capitale a Rowarty o Avaris, proprio alla foce del Nilo. Sotto il loro governo il Basso Egitto continua a prosperare con il commercio, mentre nello stesso periodo nell'Alto Egitto regnano la XVI e la XVII dinastia, con capitale a Haset o Tebe, costretti però a pagare tributi agli Hyksos. Gli Hyksos verranno definiti dagli egiziani come barbari, ma sappiamo che avevano invece conoscenze superiori. Introducono infatti in Egitto l'uso del bronzo, più robusto e versatile del rame, il cavallo ed i carri da guerra trainati da cavalli, l'arco composto, il telaio verticale, strumenti musicali come la lira, l'oboe e il tamburino, e nuovi cibi come il melograno e le olive.

La sconfitta degli Hyksos, che potevano essere i Shardana

Gli Hyksos verranno respinti verso nord dal faraone Kamose, per essere poi sconfitti e scacciati dall'Egitto tra il 1568 e il 1520 dal faraone Amon-Mose o Amose, primo faraone della XVIII dinastia di Tebe. Egli occupa la loro capitale Avari e li ricaccia in Asia riunificando tutto l'Egitto sotto un unico sovrano. L'origine dell'invasione e l'analogia con le altre successive, portano Leonardo Melis ad ipotizzare che gli Hyksos facessero parte dei Popoli del Mare, ed una parte di essi si fermeranno sul posto: ritroviamo gli anni successivi in Egitto i Shardana, alcuni come mercenari e guardie scelte del Faraone, altri a volte alleati dei suoi avversari.

 

L'Egitto ci parla dei Shardana e dei Popoli del Mare, una grande coalizione di pirati e guerrieri

Nel 1600 il re Hattusilis aveva fondato l'impero Ittita, costituito da un popolo indoeuropeo che abitava la parte centrale dell'Asia Minore, il più noto degli antichi popoli anatolici, e che aveva tentato a più riprese di espandersi verso occidente e di invadere il territorio egiziano.

In diversi documenti di fonte egizia, dei Popoli del Mare e dei Shardana si parla già ai tempi del secondo faraone della XVIII dinastia Amenofi I, che regna tra il 1557 ed il 1530, e che deve respingere un loro tentativo di ritorno dopo la cacciata degli Hyxsos, ma impossibilitato a sconfiggerli ne fa degli alleati preziosi inglobandoli nel suo esercito. Il faraone Toth-Mose o Tuthmosi I tra il 1530 ed il 1520 sconfigge i Mitanni e la Siria che combattono con la presenza di contingenti Shardana nelle loro file. Ed ancora, durante il regno di Tuthmosi III, nel 1483, e di Amenofi III, nel 1408, tentano l'invasione del delta del Nilo, sia da soli che anche con i loro alleati Ittiti.

Amenofi IV che cambia il suo nome in Akhenaten, con la regina Nefertiti e l'ambasciata dei Popoli del Mare

Il faraone Amenhotep o Amenofi IV, sposo della bellissima regina Nefertiti, è il decimo faraone della XVIII dinastia, che cambia il proprio nome in Akhenaten ed introduce in tutto l'Egitto il monoteismo. Il dio per eccellenza è Aton, che corrisponde al disco solare e, grande novità per l'Egitto, non ha bisogno né di statue né di templi. Il suo culto si svolge all'aria aperta, rivolgendosi direttamente al dio che splende nel cielo. Si tende oggi a collegare questo profondo cambiamento a quando, nel 1355, ambasciatori dei Popoli del Mare si recano in Egitto portando i loro doni al faraone ed alla regina Nefertiti per invitarli a tornare all'originario culto dell'unica Grande Madre. Richiesta da loro accolta anche se invece della dea Madre istituiscono il culto del dio Padre Aton. Il faraone Akhenaten fonda una nuova capitale che chiama Akhetaten, oggi nota come Tell-el-Amarna, ed interrompe tutte le spedizioni militari. Avendo soltanto figlie femmine, associa al trono Semenkhara, marito della figlia maggiore, che alla sua morte riporterà la capitale a Waset, oggi Tebe, e restaurerà il vecchio sistema teologico con il culto di Amon, mentre la regina Nefertiti, rimasta a Akhetaten, resterà per sempre fedele al culto di Aton. Dopo la morte, quando verrà restaurato il culto di Amon, Akhenaten verrà chiamato il faraone eretico per le sue scelte religiose, o anche il faraone iconoclasta per aver fatto eliminare tutte le statue.

Nel 1982, nel sito nominato Uluburum a 8,5 km a sud est di Kas, nelle coste turche, a 45 metri di profondità, il pescatore di spugne Mehemet Cakir scopre il relitto di una nave dell'età del bronzo. Inizialmente datato agli inizi dell'età del bronzo dagli archeologi turchi, il relitto viene studiato dall'Istituto di Archeologia Navale della Texas A&M University a partire dal 1984. I primi esiti datano il relitto al XIV secolo a.C., il periodo di Amenofi IV. Gli studiosi Leonardo Melis e Giangiacomo Pisu, tra i maggiori conoscitori della storia dei Popoli del Mare, sono convinti che la nave degli ambasciatori dei Popoli del Mare del 1351 o del 1355 sia addirittura il relitto rinvenuto a Uluburum, a bordo del quale sono state trovate armi Shardana, lingotti ox-hide a forma di pelle di bue del tipo di quelli rinvenuti a Serra Ilixi vicino a Isili, avorio, ebano, denti di ippopotamo, una tonnellata di stagno e soprattutto... un sigillo in oro della regina Nefertiti!

Il faraone Seti I il Grande utilizza mercenari Shardana

Il faraone Seti I il Grande è il secondo faraone della XIX dinastia, figlio di Ramesse I, sale al trono non giovanissimo, intorno ai trentasetteanni, dopo aver ricoperto la carica di grande sacerdote di Seth. Con Seti I il ristabilimento dell'influenza estera dell'Egitto richiede una serie di campagne militari, che culminano con la sconfitta di un esercito ittita sul fiume Oronte ed al successivo effimero trattato di pace stilato con il re di Hatti Muwatalli. Seti I sicuramente utilizza anche mercenari Shardana nella guerra contro gli invasori Ittiti.

L'esodo degli ebrei dall'Egitto e la misteriosa scomparsa della tribù di Dan

Dall'Egitto di Setnakhte, nel 1187 , un gruppo numeroso di perseguitati religiosi e alcune tribù semitiche stanziate ai confini orientali, al comando di Mosè, lasciano l'Egitto, e con loro parte probabilmente un contingente numeroso di mercenari Shardana o Danai e Tjeker o Teucri, che li difenderanno nel lungo cammino. Mosè li include nella misteriosa tribù di Dan, costituita da ben 62.700 uomini, molto più numerosi dei componenti le altre tribù. Si ritiene probabile che abbia aggiunto al suo popolo molti mercenari che li accompagneranno per difenderli lungo il cammino, scelti tra quella parte dei Shardana che si erano fermati in Egitto e costituivano la guardia scelta del faraone. Ad essi, forti guerrieri, affida la retroguardia per evitare la fuga dei delusi dalla lunga migrazione, poi sulla penisola del Sinai affida loro la difesa del confine nord, dal quale avrebbe potuto arrivare l'attacco delle truppe egiziane che li inseguivano. E Mosè affiderà la costruzione dell'arca dell'alleanza a Ooliab della tribù di Dan, che intesseva la porpora viola, rossa scarlatto, e ricamava il bisso, aveva quindi profonde conoscenze che erano ignote alle altre tribù. Ma i mercenari, appena possibile, abbandonano la fede nell'unico Dio e si mettono ad adorare gli idoli, al punto che parte della tribù si stacca e va ad occupare il paese di Lais, che chiamerà città di Dan. Di quelli che arrivano alla Terra Promessa, la maggior parte raggiunge Sidone e le altre città costiere, ma Dan va ad abitare sulle navi, intenzionato a non fermarsi ma proseguire il suo viaggio, dato che la Bibbia dice che «egli è un cucciolo di leone, non vuole sostare, ma deve andare avanti». Secondo Leonardo Melis, forse per tornare al paese di origine... la Sardegna. La parte della tribù rimasta ha difficoltà ad insediarsi nel suo territorio ed attacca la terra di Lashem, che conquista e chiama Leshem-Dan.

Quindi nelle successive narrazioni bibliche la tribù di Dan scompare. Nel Libro dei Re, quando Achia prende il mantello e lo divide in 12 pezzi, dice a Geroboamo che a lui lascia 10 pezzi che elenca, sono le prime 10 tribù; a Salomone il Regno e la tribù di Giuda; ma non si parla della dodicesima tribù, quella di Dan. Anche nell'apocalisse i 144.000 segnati appartengono 12.000 a ciascuna delle 12 tribù, ma nell'elenco non compare più la tribù di Dan.

Continuano con Ramesse II il Grande le invasioni dei Popoli del Mare in Egitto

Il faraone Ramesse II il Grande, figlio di Seti I, è il terzo e il più importante faraone della XIX dinastia. Come il padre cerca di ridurre il potere del clero tebano di Amon. Per questo sposta da Tebe la sua residenza nella regione del delta, dove fà edificare, nei pressi di Avaris che era stata capitale dei sovrani Hyksos, la sua nuova residenza che chiama Per-Ramesse, ossia Casa di Ramesse. Già nel secondo anno del suo Regno deve affrontare un attacco micidiale dei Popoli del Mare e dei pirati Shardana e le loro incursioni nella delta del Nilo. Racconta che «i Shardana sono venuti con le loro navi da guerra dal mezzo del Gran Mare, nessuno può resistergli», ma riesce a sconfiggerli, quindi inserisce i prigionieri nel suo esercito utilizzandoli come guardia del corpo personale. Nel 1294 affronta gli invasori Ittiti guidati dal loro re Hattusa nella battaglia di Qadesh, roccaforte del loro Impero. È una delle più importanti battaglie dell'antichità. Ramesse dispone di 200.000 fanti e 400 guerrieri su 200 carri, ma gli Ittiti arrivano a schierare più di 3.000 carri da guerra. Gli Ittiti devastano il campo di Ramesse, ma egli con l'aiuto della sua guardia del corpo personale costituita da 520 mercenari Shardana riesce a respingere definitivamente il nemico, ed a mettersi in salvo. Comunque altri Shardana, che lui chiamerà «Shardana del mare, dal cuore ribelle, senza padroni, che nessuno aveva potuto contrastare» combattono al fianco degli Ittiti stessi. Nel 1290 un nuovo attacco micidiale è portato all'Egitto da parte dei Popoli del Mare.

Ramesse II fa edificare il rupestre tempio di Abu Simbel, nell'Egitto meridionale sulla riva occidentale del Lago Nasser, la cui costruzione inizia nel ventiseiesimo anno di Regno, in occasione del secondo giubileo per divinizzare se stesso, edificato per intimidire i vicini Nubiani e per commemorare la vittoria nella battaglia di Qadesh, con all'ingresso quattro colossali statue alte venti metri e interamente scolpite nella roccia che raffigurano il faraone seduto, che fa decorare con la rievocazione delle sue vittorie, e vi fa rappresentare i guerrieri Shardana.

Anche nell'immenso tempio di Amon Ra a Karnak, alla periferia di Luxor, l'antica Tebe, dove sorge una imponente statua del faraone di fronte all'ingresso della sala ipostila, edificata già molto prima ma da lui completata con 134 gigantesche colonne e un grande lago sacro, fa decorare i muri con la rappresentazione dei guerrieri Shardana.

Merenptah difende il Basso Egitto dal tentativo di invasione dei Popoli del Mare

Il quarto faraone della XIX dinastia è Merenptah o Amenofi. Probabilmente nel 1235 una grande carestia devasta l'Anatolia in seguito alle incursioni dei Popoli del Mare, e Meneptah invia navi cariche di grano. Ma l'evento militare di maggior importanza del Regno di Merenptah è la difesa, forse del 1231, del Basso Egitto di fronte al tentativo di invasione di una forte coalizione di tribù libiche e dei Popoli del Mare. La coalizione è composta da tre tribù libiche, i Libu con le tribù berbere dei Kehek e dei Mashuash, e da cinque stirpi appartenenti ai Popoli del Mare, che sono gli Akawasha ossia gli Achei, i Lukka ossia i Licii, i Tursha forse i Tirreni, gli Sheklesh ossia i Siculi, i Danuna che sono forse i Danai omerici, e i Shardana, incaricati del vettovagliamento e del trasporto delle truppe via mare. Gli invasori superano la linea difensiva di Ramesse II e pongono sotto assedio la stessa Menfi. La battaglia decisiva, probabilmente nel 1210, vede la vittoria dell'esercito egizio nel deserto occidentale sui Libu e sui loro alleati delle Isole Straniere.

 

Nel 1200 i Popoli del Mare invadono tutto il Mediterraneo orientale

Già nel 1250 nuove invasioni dei Popoli del Mare distruggono Tirinto e devastano i dintorni di Micene. Nel 1235, dopo le loro incursioni, una grande carestia devasta tutta l'Anatolia.

L'ultima grande invasione dei Popoli del Mare

Quindi, a seguito della grande inondazione che verso il 1200 a.C. sommerge gran parte della Sardegna e determina l'allontanamento della popolazione verso altre terre, inizia tra il 1220 e il 1180 l'ultima e più grande invasione dei Popoli del Mare che sconvolgerà tutto il Mediterraneo Orientale ed il territorio asiatico. La coalizione è più ampia e comprende anche i Tjeker o Teucri che Omero poi identificherà con i Troiani, i Pheleset o Filistei, ed inoltre popoli che vengono dal nord Europa: Denen o Danuna ossia i Danesi che sono i Danai omerici, e Sakssar ossia i Sassoni. Nel 1184 una lega di Achei e loro alleati invade e distrugge Troia, è questa la guerra che Omero racconterà in Iliade e Odissea. I Popoli del Mare distruggono Ugarit e Micene, Biblos e Corinto, cancellano l'Impero Miceneo risparmiando stranamente solo Atene, passando gli abitanti a fil di spada e tutto distruggendo al loro passaggio, invadono la Laconia, proseguono verso est distruggendo l'impero Ittita ed arrivano fino in Asia Minore.

Ramsesse III sconfigge i Shardana, i più terribili guerrieri dell'epoca, ed i Popoli del Mare

Una parte della flotta con a capo gli stessi Shardana e Akawasa attacca di nuovo l'Egitto durante il Regno del faraone Ramesse III, il secondo ed il principale faraone della XX dinastia. Egli deve fronteggiare vari tentativi di invasione a tenaglia da parte dei Libu e dei Popoli del Mare, provenienti dall'Asia Minore e dall'Egeo. Nel quinto anno del suo Regno alcune popolazioni provenienti dal deserto libico, i Libu, i Mashuash ed i Seped, arrivano a minacciare Menfi, ma riesce a sconfiggerle e le ricacciate nel deserto. Nel 1183 una parte della flotta dei Popoli del Mare con a capo i Shardana, dopo aver dopo aver abbattuto le civiltà Micenea e Ittita, devastato la Palestina ed occupato Cipro, giunge alle porte dell'Egitto. Ramesse III sconfigge gli invasori provenienti dall'Asia Minore e dall'Egeo, e dirà di aver sconfitto i più terribili guerrieri dell'epoca. Non sappiamo se si sia trattato di una vera sconfitta, dato che più probabilmente egli ha raggiunto con loro un accordo, grazie alla mediazione dei mercenari Shardana che militano nelle sue fila.

Ramesse III fa edificare il tempio di Medinet Habu, situato nella parte occidentale di Luxor, l'antica Tebe. Oltre alla sua importanza instrinseca per le dimensioni, l'aspetto artistico e quello architetturale, il tempio è probabilmente meglio conosciuto per contenere iscrizioni raffiguranti l'arrivo e la sconfitta dei Popoli del Mare. Tra l'altro, nelle raffigurazioni di Medinet Habu lo studioso Leonardo Melis scopre che a bordo delle navi dei popoli del mare è presente la vela moderna. Le principali notizie su Ramesse III provengono dal Papiro Harris, dal Papiro della Congiura dell'Harem e dalle iscrizioni e dalle decorazioni nel suo tempio funerario a Medinet Habu.

Comunque, fallita l'occupazione militare, nel 945 un generale dei mercenari Libu o Libici appartenente ai Popoli del Mare, Shesonk, si impadronisce del trono in Egitto e fonda la XXII dinastia. I mercenari Shardana sono schierati coi Libu.

La fondazione della citta Sardi

Dalla invasione del 1220, alcuni degli invasori tornano in patria carichi di bottino, mentre altri Shardana, Akawasha, Tjeker, Tursha e Pheleset si stabiliscono nelle terre conquistate. Nell'opera egizia «L'onomastico di Amenemope», redatta intorno al 1100 a.C., si parla della presenza in Palestina dei Popoli del Mare, e in particolare dei Pheleset o Filistei, dei Shardana o Sardi, e dei Tjeker o Teucri. Nel romanzo egiziano «Il viaggio di Wenamun», ambientato nell'anno ventiquattresino del Regno di Ramses XI ossia verso il 1080 a.C., viene citata Dor, città sulla costa della Palestina, che viene chiamata città dei Tjekker. E nel 1050 i Phelets colonizzano tutto il territorio che da loro prenderà il nome di Palestina, si insediano in Gaza, Ashdod, Gath, Ekron, saccheggiano Shiloh e sconfiggono Saul, re di Israele, nel 1005. I Tursha con i Shardana si fermano invece in Lidia dove nel 1000 a.C. fondano la città Sardi. Erodoto dice che i Tirreni abitarono la Lidia governati dagli Eraclidi, che è il nome con il quale i Greci chiamavano i Sardi, che secondo i Lidii discendevano dal dio del Sole, che assume i nomi di Eracle, Bal, Sandone.

Secondo Erodoto gli Etruschi e i Shardana sbarcano in Italia

Secondo Erodoto, dalla Lidia i Tursha, con i Shardana che li governano, a seguito di una carestia o forse per la pressione degli Assiri, nel 900 a.C. sbarcano in Italia, dove i Tursha si uniscono agli Umbri e verranno chiamati Etruschi. Il geografo greco Strabone dice che i loro Lucumoni, una sorta di sacerdoti che li governano, vengono designati fra i dignitari sardi, ed il romano Festo scrive «Reges soliti sunt esse Etruscorum, qui Sardi appellantur», ossia che solitamente i re degli etruschi vengono chiamati Sardi. Si divideranno con i Shardana l'influenza sul Mediterraneo, loro a oriente della Sardegna nel mare Tirreno, i Shardana a occidente nel mare Sardo. Restano loro succubi, finché i Shardana detengono il monopolio del bronzo, poi gli Etruschi iniziano la lavorazione del ferro e gli equilibri si ribaltano.

Le colonne d'Eracle

Per impedire che altri li imitassero, i Greci posero le Colonne d'Eracle, o degli Eraclidi, come i Greci chiamavano i Shardana, a delimitare il mondo. Omero descrive le navi dei Feaci: «esse non hanno bisogno di timone o timoniere, ma vanno col pensiero dell'uomo solcando il mare e l'abisso, avvolte in nebbia e vapore vanno sicure e indistruttibili conoscendo del mare ogni contrada». Perché non avessero bisogno di timone e timoniere è stato scoperto su una nave cartaginese da un noto archeologo italiano, che ha trovato una stele con raffigurata una trireme con uno strano attrezzo montato sul cassero, identico all'altrettanto strano pennone con tanto di anello rotante e mezzaluna delle navicelle shardana.

Autori greci dicono che in Sardegna arriva Enea

Autori greci dicono che in Sardegna arriva anche Enea, prima di approdare sulle coste del Lazio, e che l'isola viene colonizzata dai suoi uomini che danno origine alle genti Iliensi. La città di Oliena deriverebbe il nome da quei Troiani che, fuggiti dopo la caduta di Troia, sarebbero arrivati su queste coste e si sarebbero stabiliti in una località che avrebbero chiamato Iliena in ricordo della perduta Ilio, poi diventata nel tempo Oliena. Di sicuro però la Sardegna non viene colonizzata e non lo sarà per moltissimo tempo. Ancora nel 499 a.C., durante la rivolta delle città della Jonia contro Dario re di Persia, Istieo di Mileto scrive «giuro sugli dei protettori che non mi toglierò più la veste se prima non avrò resa tributaria la Sardegna».

I racconti di Erodoto e Diodoro Siculo

Pare invece più probabile che siano stati i Greci a subire la colonizzazione dei Shardana. Lo storico greco Erodoto fa risalire l'origine dei Greci a Danao, arrivato dall'Egitto a capo dei Dori, e lo storico siceliota Diodoro Siculo gli attribuisce la colonizzazione del Ponto, dell'Arabia e della Siria. Erodoto parla, inoltre, di quei Pelasgi che sull'Ellesponto colonizzarono e abitarono insieme agli Ateniesi. Forse per questa stretta parentela, nell'invasione del 1200 a.C. i Popoli del Mare che tutto distruggeranno, risparmieranno invece Atene?

 

I grandi navigatori Shardana

Per produrre il bronzo, di cui hanno il monopolio nel Mediterraneo, i Shardana usano il rame che abbonda in Sardegna ma possono trovare lo stagno solo in terre lontane.Impossibile che vadano a cercarlo in Cina, molto improbabile che arrivino alle isole Scilly in Cornovaglia dove lo stagno verrà scoperto solo nel 900 a.C., o in Nigeria percorrendo 800 chilometri in un entroterra sconosciuto. Più probabilmente, dopo aver circumnavigato l'Africa, arrivano in Zimbawe o Shimbabwe, dove si racconta fossero le leggendarie miniere di re Salomone, e dove ancora oggi vediamo vicino alla zona mineraria le grandi fortificazioni in pietra con mura e torri tronco-coniche simili ai nuraghi, che hanno dato nome alla località e poi all'intero paese dato che Zimbawe in lingua sarda Shona vuol dire grandi case di pietra. Ma come arrivano così lontano? Sono certo grandi navigatori.

Le navi Shardana

Delle navi Shardana vediamo alcuni modelli in oggetti votivi trovati non solo in Sardegna ma anche in tombe etrusche ed a Cipro. Oggetti realizzati di sicuro da navigatori dato che le prore sono ornate con la riproduzione di animali come l'antilope ed il cervo allora sconosciuti. Alcune hanno uno scafo da corsa leggero a fondo curvo e sono molto simili a quelle ritrovate nel 1937 sulle coste dello Yorkshire, ritenute inizialmente vichinghe, finché la prova del carbonio-14 le ha datate 1350-1300 a.C. e che quindi ancora oggi restano un mistero irrisolto. Altre, con uno scafo da carico a fondo piatto e con alettoni stabilizzatori inclinati di 45°, si ritiene fossero lunghe fino a 40 metri con capacità di carico di cinquecento tonnellate, ed il fondo piatto comporta la conoscenza del principio di Archimede molti secoli prima che fosse da lui illustrato.

Le navi shardana mancano di remi o di fori per gli stessi, ed hanno sull'albero un misterioso anello rotante sormontato da due corna o una mezzaluna, sul quale sono state fatte due ipotesi. Poteva servire all'inserimento di un albero trasversale che sosteneva una vela che cadeva con due triangoli ai lati dello scafo, che la rotazione dell'anello avrebbe spostato consentendo alla vela una manovra spedita senza uso di remi nè timone. Una seconda interpretazione più azzardata ma affascinante, elaborata dall'archeologo Mario Pincherle in base a incisioni su una stele cartaginese, vede nella mezzaluna un magnete e quindi nell'intera struttura addirittura una bussola con un sestante... Secondo l'autore, le navi shardana furono le prime ad usare strumenti e attrezzature che il mondo scoprì solo dopo più di milleanni. La vela triangolare o vela latina moderna non fu inventata, come si crede, dagli arabi. Essi la «riscoprirono» solamente perché entrarono in possesso di documentazioni, quali mappe, strumenti, disegni e progetti di costruzione appartenuti in passato ai Popoli del Mare e, in particolare i Shardana. Fra tutte: la bussola, il sestante, le mappe delle correnti atlantiche e, come già accennato, la vela triangolare o vela latina.

Un ritrovamento sulle coste britanniche

Un ritrovamento avvenuto sulle coste britanniche di alcune navi a prora alta ha fatto pensare a navi egizie approdate in queste isole all'epoca di Amenofi IV. Noi abbiamo le prove che si tratta invece di navi shardana, pur non escludendo il legame col faraone monoteista. Ecco i fatti: nel 1937 vengono trovati tre vascelli ancora intatti a North Ferriby nello Yorkshire, per la loro forma allungata con prua alta vengono classificate per navi vichinghe. Alcuni alberi vengono portati al National Maritime Museum per essere analizzati col Carbonio-14 e incredibilmente vengono datati intorno al 1350-1300 a.C.. Il dott. Sean McGrail le paragona allora alle imbarcazioni ritrovate a Giza presso la Grande Piramide. Basandosi su questi fatti è stata azzardata l'ipotesi di uno sbarco di genti egizie del periodo di Amenophe IV, supportata da alcuni ritrovamenti di monili della tarda età del bronzo, provenienti Tell el Amarna, l'antica Aketaton. Secondo Leonardo Melis non si tratta, però, di navi egizie, ma di quelle imbarcazioni i cui modelli in bronzo in scala ridotta sono disseminati in tutto il Mediterraneo e soprattutto in Sardegna. Prua alta, scafo arrotondato e allungato, con protomi di animali non europei, quali il bongo, il cobo o antilope d'acqua, l'antilope nera... animali che si trovavano allora solo in Africa. Sappiamo che i contatti dei Popoli del Mare con l'Egitto erano frequenti fin dal 1700 a.C.. Ma già alcuni si imbarcano sulle veloci navi shardana dirette verso il nord ovest dell'Europa portando con loro oro e preziosi. Ed ecco giustificata anche la presenza di monili provenienti da Tell el Amarna ritrovati presso Stonehenge.

 

Ma sono stati i Shardana a edificare i grandi nuraghi?

Ignoriamo la funzione dei nuraghi, ma ciò che più stupisce è, soprattutto, la loro dislocazione.

Forse i nuraghi erano dei santuari

Ad esempio un gruppo di nuraghi in zona Cuccurada nel territorio di Mogoro, la cui posizione riprodurrebbe esattamente la costellazione dell'Orsa Maggiore, che, lo ricordiamo, rappresentava la Dea Madre. Altri nuraghi in territorio di Isili possiedono un significato astronomico in relazione ai punti in cui sorgono e tramontano il sole e la luna ai solstizi e ai lunistizi. Vi erano nuraghi solari ed altri lunari. A quelli solari appartiene il nuraghe Losa di Abbasanta, che è orientato in modo da collimare i punti in cui sorge e tramonta il sole in entrambi i solstizi. Tra i lunari c'è il famoso Su Nuraxi di Barumini, orientato verso il punto in cui tramonta la luna nel lunistizio maggiore meridionale. Tutto questo porta a pensare che i nuraghi non fossero fortezze, dato che avrebbero costituito una trappola micidiale anche se solo il nemico avesse acceso un falò, dato che le tholos non hanno apertura in cima per l'uscita del fumo. L'ipotesi più probabile è che fossero una specie di santuari. Come rivela una sorta di tabù o timore reverenziale, che ancora oggi i Sardi nutrono nei loro confronti. Le campagne sarde sono piene di ovili, costruiti anche a ridosso dei nuraghi stessi, ma mai ricavati in essi come sarebbe stato più comodo.

Il mistero di chi ha edificato i nuraghi

Abbiamo già detto come oggi sia comunemente accettato che i nuraghi non siano stati realizzati nell'età del Bronzo, ma molto prima. i Shardana, grandi navigatori, non si darebbero mai rinchiusi nello spazio angusto dei nuraghi, non sarebbero quindi nativi dell'isola ma vi sarebbero arrivati dalla Mesopotamia quando i nuraghi erano già stati costruiti da una popolazione precedente. Secondo l'autore, i costruttori dei nuraghi avrebbe abitato l'isola dall'8400, epoca del primo grande disgelo che come abbiamo detto alcuni interpretano come il diluvio universale, al 3200-2700, quando si sarebbe verificato un secondo grande innalzamento delle acque nel bacino del Mediterraneo. I nuraghi sarebbero quindi antecedenti alle grandi piramidi, rispetto alle quali risultano anche più complessi, con le loro diverse camere interne sovrapposte e con la volta a tholos. Dice Leonardo Melis: «Con quali mezzi si può accertare e datare l'età nuragica nel 1600 a.C.? Se i Sardi di quel periodo, ormai già storicamente databile perché altre civiltà vivevano da secoli con un certo grado di tecnologie e conoscenze (Sumeri, Egizi...) costruirono i nuraghi, perché non hanno continuato a farlo, o meglio, perché non hanno migliorato la loro tecnica costruttiva? Ma si sono invece ridotti a costruire le pinnettas, le capanne coniche in pietra? La verità è che dei nuraghi nessuno Sa niente di preciso, come per le Piramidi».

Una civiltà costruttrice scomparsa

A suo avviso possiamo solo ipotizzare una civiltà costruttrice scomparsa, i cui sopravvissuti hanno dimenticato pian piano le conoscenze e la tecnica di costruzione. L'errore nelle datazioni ufficiali sarebbe derivato dall'aver adottato un metodo di ricerca relativamente recente, che non ha più di due secoli, ritenendolo infallibile. Stiamo parlando del sistema di datazione delle ceramiche e altri reperti comparandoli con quelli attribuiti ad altre civiltà come quella Micenea, Cretese, Cipriota. Non si è neppure ipotizzato che tali ceramiche e reperti potessero essere invece stati esportati i Shardana a Micene, Creta e Cipro... E dall'aver escluso tutti gli altri metodi che erano stati usati precedentemente dagli studiosi, come i Antichi Testi, la Toponomastica, la Mitologia e la religione. Che vengono invece ora rivalutati al punto che il testo di uno sconosciuto rispetto all'archeologia ufficiale, come Leonardo Melis, ha avuto tanto successo da essere in testa alle classifiche di vendita. Semplicemente perché capovolge un precedente metodo di ricerca che escludeva i Sardi dall'essere i protagonisti della loro Storia.